E se fosse lieve – Reading di Vasco Mirandola

E se fosse lieve
Poesie
un po’ tue
un po’ mie

Reading di Vasco Mirandola

Introduce Anna Garbo

Ecco cosa ne pensa Alessandra Racca... la Signora dei calzini...
(NdR: su, su... non siate pigri e leggete che ne vale la pena!)

La parola è una cosa piuttosto pazzesca che si
sono inventati gli uomini. Ci sono parole per
dire le cose che si vedono e parole per dire quelle
che non si vedono: concetti, pensieri, sentimenti.
Ci sono poi parole per indicare azioni, direzioni,
qualità, ci sono parole per collegare le parole le
une alle altre. Ci sono parole più semplici, altre
veramente complesse. Quelle semplici hanno
meno dimensioni, quelle complesse ne hanno
moltissime. La cosa veramente bella di questa
incredibile invenzione delle parole è che se si
mettono in relazione, quelle semplici e quelle
complesse, ciascuna di queste parole attiva tutte
le sue dimensioni e come in un gioco di specchi,
ecco che i piani si moltiplicano, riverberano,
generano altro. Io credo che la poesia sia quel
linguaggio che porta all’estrema potenza questo
movimento di riverberi fra le parole. I poeti
lavorano la lingua in tutte le sue dimensioni, la
giocano con destrezza e tirano fuori dalle parole
i riverberi nascosti generando immagini, senso,
suono, complessità. Quando si legge poesia,
questo lavorìo del poeta genera un movimento
nella nostra mente, le parole del poeta giocano
con le nostre, con il nostro rapporto, attraverso
quelle parole, con il mondo, e la poesia ci muove
dentro in molte direzioni. Ogni poeta ha un
suo rapporto con il mondo e con le parole, il
linguaggio e gioca a modo suo. Perciò ogni volta
che apro un libro di poesia sono curiosa di vedere
come gioca quel poeta e quale sarà l’effetto che il
suo lavorio di riverberi fa nella mia testa.
Così cercavo delle parole per descrivere il gioco
che fa Vasco Mirandola in questo libro.
Ho pensato che innanzitutto la parola gioco è
proprio una parola giusta. Per varie ragioni che
stanno nelle dimensioni che la parola mette in
campo. Ce ne sono anche altre perché è una
parola che ha moltissime dimensioni, ma mi
servirò principalmente di alcune per dirvi di
queste poesie.
La prima dimensione è quella che riguarda il
meccanismo di gioco e quella caratteristica del
giocare che concerne l’utilizzo e l’esercitazione di
abilità mentali. Ognuna delle poesie che leggerete
è come un piccolo giocattolino, un meccanismo
ludico, di senso, immagini e linguaggio, con una
sua logica interna. Penso a questo libro come a
uno scaffale su cui sono poggiate tante scatole di
giochi dai colori invitanti e dalle forme curiose.
La seconda dimensione della parola gioco che
ha a che fare con le poesie di Vasco è quella che
riguarda la giocosità, il sorriso (più del riso), la
levità. La poesia di Vasco ci restituisce la realtà
mostrandocela nella sua dimensione più lieve e
ridente, senza per questo banalizzarla.
E infine la dimensione del gioco d’infanzia,
della libertà dell’invenzione, dell’utilizzo della
fantasia. Senza essere infantilistiche le poesie di
Vasco lasciano spazio al bambino che è in lui ed
è in noi, quella parte gioiosa e vitale delle nostre
complesse personalità di adulti.
E nello scrivere questo penso che c’è anche una
quarta dimensione della parola gioco che trovo
in questi versi, quella che riguarda il “giocare
con”, la dimensione relazionale del gioco.
Queste sono poesie che stanno in relazione con
il lettore e con il mondo, giocano con l’altrosia
nei meccanismi di scrittura che utilizzano (e
quindi nei meccanismi di lettura che attivano),
sia nel mondo di cui parlano.
C’è un’intera sezione dedicata ai paesaggi e ai
paesaggi con uomini. Poesie che osservano fuori
da sé ma sono compartecipi, osservatrici ed
empatiche, anche perché giocose, per tornare
alla nostra parola.
E poi, fra le tante altre parole che si potrebbero
usare (e che in effetti sto usando) per dire di
questo libro, ce n’è una seconda che luccica più di
altre ed è la parola delicatezza. Le poesie di Vasco
mi colpiscono per la loro delicatezza e gentilezza.
La delicatezza è uno strumento difficile da
maneggiare in scrittura, rischia di far percorrere
la via della superficie. La scrittura che amo va
in profondità, analizza, scardina, spesso amo le
scritture impertinenti, un po’ provocatorie. Ma
la delicatezza e la gentilezza della scrittura di
Vasco mi piace.
Penso ai versi di Mariangela Gualtieri: Sii dolce
con me. Sii gentile. /
È breve il tempo che resta.
Poi / saremo scie luminosissime. / E quanta
nostalgia avremo / dell’umano. Come ora ne /
abbiamo dell’infinità. E ancora: Sii dolce con
me. / Maneggiami con cura. / Abbi la cautela dei
cristalli / con me e anche con te. / Quello che
siamo / qui / è prezioso più dell’opera blindata
nei sotterranei / e affettivo e fragile.
Le poesie di Vasco sono delicate, toccano con
delicatezza ma toccano, sono gentili, maneggiano
con cura parlandoci di ciò che è vivo, affettivo
e fragile, dell’umano. Come scrivevo sopra, le
parole della poesia si muovono dentro di noi,
muovendoci. Quelle di Vasco ci parlano di noi
muovendoci con gentilezza e mi pare un bel
modo di fare.

Un bel modo di fare (poesia).